A firma di Corinne Cortinovis

Una coppia è fotografata di spalle, a figura intera. Uno accanto all’altra osservano due dipinti. Il colore chiaro dell’abito di lui è lo stesso che governa il quadro di fronte . Lei è invece scura, come lo sfondo dell’immagine che sta osservando. Perché una fotografia di questo tipo è così piacevole alla vista da sembrare costruita ad hoc? Ebbene, in realtà è il risultato di una ricerca visiva paziente e significativa, quella di Stefan Draschan.

 Coppie abbinate, persone abbinate a opere, Le Tre Grazie: sono fra i titoli delle serie fotografiche di Stefan Draschan. Il fotografo austriaco passa diverse ore nei più grandi musei delle capitali europee, aspettando – come faceva Cartier-Bresson qualche decennio prima di lui – l’attimo perfetto da immortalare. Non era certo fotografia istantanea quella di Bresson: aspettò che il bambino saltasse la pozzanghera prima di scattare, ottenendo un’immagine di bellezza semplice e gioiosa quotidianità che nasconde alla spalle l’enorme pazienza di un artista. Draschan osserva le persone nei musei, dove talvolta diventano opere d’arte viventi, performance che animano gli oggetti esposti. Non mi riferisco tanto al fatto che l’opera vive dell’interpretazione che lo spettatore le dà, sempre diversa e personale, bensì alle bizzarrie che possono verificarsi nella relazione fra visitatore e oggetto d’arte.

Nel caso specifico, Draschan immortala degli attimi di fugace e felice armonia, quando per esempio una giovane dalla rossa chioma si posiziona di fronte al dipinto di un sole tramontante facendo inconsapevolmente sovrapporre la nuca al cerchio di fuoco dipinto. Oppure, ferma in un’immagine il momento in cui tre anziane ricurve osservano una scultura, ignare di come i loro capelli argentei si leghino alla trama marmorea.

A partire da questi sposalizi visivi, è doveroso accennare ai frequenti abbinamenti comportamentali cui si assiste in museo: una persona qualunque di fronte a un’installazione contemporanea come la celeberrima montagna di caramelle di Félix González-Torres si sente costretta a rispettare qualcosa che così, letteralmente su due piedi, non capisce. Quando il mediatore cerca di spiegare al povero malcapitato, probabilmente trascinato di forza dalla moglie, che quelle caramelle pesano quanto il corpo del partner dell’artista il giorno in cui è venuto a mancare, l’imbarazzo è incalcolabile. Se poi lo si informa che l’artista era tre volte discriminato in quanto malato di AIDS, omosessuale e cubano, il disagio è palpabile. Perché a quel punto il pover uomo si sente in colpa per non riuscire a riconoscere come arte ciò che ha di fronte. Questo è un esempio fra mille che inevitabilmente generalizza, ma mette in luce quel meccanismo sotterraneo che spinge lo spettatore a rispettare qualcosa cui non attribuisce sinceramente alcun valore, solo perché la tal cosa è in un contesto istituzionale e ufficiale che la giustifica. Ma non prendiamoci in giro, l’arte (contemporanea) non si fa amare così facilmente. Ve lo dice una persona che ci fa l’amore tutti i giorni per passione, lavoro e studio, ma non si scandalizza se la signora delle pulizie di una galleria getta l’installazione di un artista perché le sembrava spazzatura.

Sulla capacità camaleontica dell’uomo contemporaneo le parole si sprecano e travalicano facilmente il mondo dell’arte. Della donna che guarda un Monet vestita con una fantasia floreale abbinata, attrae la concordanza imperfetta di due trame che si somigliano ma appartengono a due realtà agli antipodi. In generale, la somiglianza ci fa sentire bene perché è riconoscimento di sé nell’altro, accoglienza e sicurezza. Scoprire di avere qualcosa – qualsiasi cosa – in comune, rende complici. A volte penso a un futuro in cui ci saremo tanto mescolati da avere le stesse fattezze, tutti con la pelle olivastra e gli occhi un po’ allungati. In questo personale viaggio della mente, mi stupisce come l’orizzonte dell’eguaglianza fisica non costituisca per me una minaccia all’originalità e alla diversità, sacre proprietà della bellezza, bensì una promessa di serenità e convivialità.